L’UTOPIA DI UN’EUROPA DEGLI STATI, TRA STATI UNITI D’AMERICA E REPUBBLICA POPOLARE CINESE - Luigi Pinto

L’UTOPIA DI UN’EUROPA DEGLI STATI, TRA STATI UNITI D’AMERICA E REPUBBLICA POPOLARE CINESE

24 Giu 2022 - Articoli

L’UTOPIA DI UN’EUROPA DEGLI STATI,  TRA STATI UNITI D’AMERICA E REPUBBLICA POPOLARE CINESE

La questione della guerra in Ucraina, oltre ad aver evidenziato il fallimento della diplomazia sulla violenza e soprattutto, aver esposto tutta l’Europa a un pericolo concreto, ha contribuito a portare alla luce un fatto che per molto tempo è stato, se non del tutto ignorato, quantomeno relegato a una posizione di secondaria importanza. Il delicato equilibrio tra le potenze mondiali è cambiato e i protagonisti del nuovo scenario hanno rivendicazioni e strategie tutte da interpretare.

Il palcoscenico globale, oggi, vede affacciarsi con sempre più insistenza la Cina, decisa a diventare un punto di riferimento non solo per l’economia, ma anche per la politica mondiale.
Seppure nel corso del conflitto gli occhi di tutti siano sempre stati puntati sulle reazioni degli Stati europei (con le loro sanzioni) e degli Stati Uniti (gli alleati forse più potenti nel Patto Atlantico), a mio parere molto più interessante è stato, e sarà, seguire le mosse di Pechino, silente spettatore degli eventi.
Il cauto sguardo del governo cinese sulla guerra tra il suo storico alleato sovietico e uno stato satellite, non può che essere considerato una misurazione degli effetti che potrebbe avere un comportamento analogo della Cina su Taiwan, da sempre nel suo mirino.
L’ambiguità della questione certo non aiuta, perché la democrazia di Taiwan, pur sostenuta economicamente, politicamente e militarmente da molti paesi (USA e UE in testa) non è formalmente riconosciuta. Una situazione drammaticamente familiare, che accomuna in qualche modo l’isola di Taipei all’Ucraina, come un probabile futuro territorio di scontro tra super potenze. Perché se tutto il mondo occidentale si è in qualche modo schiarato nella condanna a Putin per l’invasione di un paese sovrano, sono certo che un attacco da parte di Xi Jinping a uno dei punti nevralgici dell’economia e del commercio mondiale non passerebbe sotto traccia.
Gli Stati Uniti in particolare sarebbero chiamati a rispondere e a mostrare i muscoli in un braccio di ferro con quello che ormai è chiaro essere il suo principale rivale per il controllo dell’ordine mondiale.
Dal secondo dopoguerra, infatti, è diventato chiaro che l’America sarebbe stata il punto di riferimento degli equilibri geopolitici, colei che con la sua economia, la sua potenza militare e politica sarebbe stata in grado di dettare le regole su tutte le altre nazioni. E così è stato. Da settant’anni a questa parte l’America è diventata il “poliziotto del mondo”. Una posizione da alcuni acclamata, da altri osteggiata. Eppure, il volto attuale dell’Occidente è stato in qualche modo influenzato proprio da questa super potenza.
Certo, come in ogni sfaccettatura dell’esistenza, errori ne sono stati commessi, ma fingere che, per quanto a molti possa far digrignare i denti, al mondo non serva essere monitorato è un’utopia troppo lontana. Abbiamo più volte dimostrato, come umanità, di essere in grado di esercitare un potere di devastazione senza pari. Si vis pacem para bellum, dicevano gli antichi, e ahimè siamo ancora distanti dal poter abbandonare questa massima.
Gli Stati Uniti hanno dei limiti. Certamente. E hanno dei tornaconti personali. Ovvio. Ergersi a poliziotti del mondo non è certo una vocazione esclusivamente pacifica, ma un calcolo studiato per mantenere un ruolo privilegiato nell’ordine delle cose. Tuttavia, osservando con un briciolo di necessario cinismo la realtà dei fatti, i concetti e i valori, almeno in apparenza, esportati dal pensiero americano sono gli stessi elaborati in millenni di storia dai nostri popoli. Non sono sicuro si potrebbe dire la stessa cosa se ad assumere il ruolo di “controllore” dell’ordine fosse una potenza come la Cina.
Certo, a fronte di tante belle parole, come l’esportazione della democrazia, la condanna dei totalitarismi, la libertà di opinione e il diritto di voto universale, ci sono lati oscuri e, come già sottolineato, calcoli economici. Nella stessa acclamata amministrazione Obama ho personalmente riscontrato falle inaccettabili, come ad esempio la gestione delle Primavere Arabe. Le aree geografiche interessate da questo fenomeno sono state troppo frettolosamente “dimenticate” dagli Stati Uniti, lasciando che a prevalere fosse il caos. Si vedano le conseguenze della caduta di Mubarak in Egitto, o la Libia sfaldata dopo la morte di Gheddafi. Dire che il comportamento dell’amministrazione americana non abbia avuto alcun ruolo nella situazione attuale in cui versano questi paesi sarebbe coprirsi gli occhi.
Eppure, pur constatando i limiti di una nazione, non mi sento di dire che gli Stati Uniti non abbiano svolto un compito essenziale nella gestione degli equilibri mondiali. E che questa cosa, alla fine, non ci abbia fatto comodo.
La domanda che invece vorrei porre è un’altra, e ben più spinosa. Dove si trova l’Europa in tutto questo?
Che ruolo avrà l’Unione Europa se mai dovessero esplodere le tensioni tra Cina e Usa? Quale sarà il suo posto nel futuro ordine mondiale?
Mi è più volte capitato di riflettere sul potenziale che avrebbe un’Europa degli Stati uniti, tanto da spingermi a dire che sì, un’entità come questa potrebbe porsi come voce autorevole nella geopolitica mondiale. Gli stati membri dovrebbero certamente riuscire prima a risolvere annose questioni interne e, va da sé, sentirsi alleati nel senso più profondo del termine.
Un’Unione Europea che sentisse nel profondo di avere un’identità comune da preservare, che si auto-percepisse come un tutt’uno politico, economico e militare, sarebbe in grado di porsi come potenza a sé stante, e in grado di assumere un posto in prima fila nella politica internazionale. Chi può dire se addirittura come mediatrice tra Pechino e Washington.
Il tempo e le azioni politiche ci diranno se il pensiero è destinato a rimanere utopia.

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