RIFLESSIONI LIBERE SULL’ATTUALITÀ: I DIVERSI QUESITI DELLA GUERRA - Luigi Pinto

RIFLESSIONI LIBERE SULL’ATTUALITÀ: I DIVERSI QUESITI DELLA GUERRA

3 Apr 2022 - Articoli

RIFLESSIONI LIBERE SULL’ATTUALITÀ: I DIVERSI QUESITI DELLA GUERRA

L’attuale situazione geopolitica ci sta sicuramente dando modo di riflettere su numerose questioni (oltre a una ben ovvia preoccupazione): la crisi umanitaria ci spinge a porci questioni etiche e morali, le sanzioni imposte alla Russia questioni economiche, il risveglio dei nazionalismi sopiti questioni politiche.
Credo sia quantomeno dovuto avvalersi di quanto sta accadendo come spunto di riflessione per capire le nostre mancanze, laddove ce ne siano state, e prendere i necessari provvedimenti. Un compito che, ben inteso, spetta ai nostri Governi.

Non da meno, però, nel nostro piccolo, possiamo cercare di capire ciò che sta accadendo e utilizzarlo quindi per esercitare la nostra capacità di giudizio e valutazione.
Prima fra tutte, forse per inclinazione personale, ritengo prioritaria da capire e affrontare la questione della crisi umanitaria che la guerra ha portato, già più volte messa in luce in queste pagine.
Moltissimi sono i nodi da dipanare in questa intricata matassa, moltissimi gli interrogativi che solleva. A partire proprio dalla soluzione proposta per la sua gestione: la Direttiva 55/2001.
Come ormai noto, tale direttiva permette di garantire tutela immediata e temporanea alle persone in fuga dall’Ucraina. E come ormai altrettanto noto, l’interrogativo che più sovente viene posto è come mai, essendo tale risoluzione vecchia di vent’anni, essa venga usata per la prima volta adesso, quando pure in passato molte altre crisi umanitarie ne avrebbero giovato.
È molto difficile anche per me trovare una risposta secca e univoca a questo quesito. Una mia personale analisi trova come motivazione quella di una semplice e naturale “crescita” della cognizione che l’Europa ha del concetto di immigrazione.
Non credo, infatti, che l’Europa, dopo anni di occhi bendati, abbia avuto un’epifania morale, economica, o politica che sia, per cui si è improvvisamente calata nel ruolo di magnanimo soccorritore di anime. Credo piuttosto che ci sia effettivamente stata un’evoluzione nella percezione dei flussi migratori, di come essi possano essere affrontati e gestiti.
Vent’anni fa, ai tempi della sua proposta, la direttiva rappresentava forse un concetto troppo astratto per un’Unione ancora acerba (ricordiamo che nel 2001 la stessa moneta unica ancora non circolava, lo avrebbe fatto solo l’anno successivo). Nel corso di due decenni potremmo forse aver acquisito nel nostro DNA i concetti di immigrazione, averne maggiore consapevolezza, dando credito al fatto che, in questo caso, l’Unione Europea è stata capace di compiere dei passi in avanti.
Eppure, tanta strada ancora sarà da fare, proprio come Unione Europea, e questo fil rouge mi permette di condurvi a un secondo argomento, altrettanto discusso in questi giorni.
È stata più volte elogiata, e certamente me ne compiaccio, l’unità che i paesi membri dell’UE hanno dimostrato in questo periodo storico, in una circostanza certamente difficile; eppure, ritengo che non si debbano dimenticare le lacune che tuttora minano una vera integrità del sistema.
A mia personale opinione, l’Europa è ancora troppo debole e poco carismatica. È un leader che ancora non si è del tutto guadagnato questo titolo, affermazione che ha un suo riscontro nel dibattito sullo Strategic Compass, o Bussola Strategica.
Altro qui non si parla che del tanto confuso “esercito europeo”: il Consiglio dell’Unione ha da poco approvato un piano strategico che mira a rafforzare la politica di sicurezza e di difesa dell’UE stessa entro il 2030, con il coinvolgimento e la preparazione di 5mila soldati.
Lungi dall’essere guerrafondai, questa tematica porta a un’ulteriore riflessione, che forse può sembrare cinica, ma che è assolutamente necessaria, sull’importanza di un esercito comune e il suo rapporto costi-benefici.
A riportare sul tavolo l’argomento è stata proprio la situazione russo-ucraina, che ha messo a nudo fin troppo bene quali siano i pregi e i limiti dell’UE.
Mi ritrovo ad ammettere che, per quanto desiderabile (perché ciò vorrebbe dire vivere in una società libera dalle guerre) rimane ancora utopico pensare di non spendere parole e denaro in questioni militari. Si vis pacem, para bellum, direbbero a Roma.
Siamo abituati – e dico una cosa assolutamente spiacevole – a fare la guerra a casa degli altri, ma ci colgono impreparati a casa nostra. Siamo abili a fare la guerra in paesi molto “al di sotto”, mi si conceda il termine, rispetto a noi, dal punto di vista tecnologico e militare. Siamo abituati a fare la voce grossa solamente laddove siamo sicuri di essere i più forti. Siamo invece presi alla sprovvista quando il nemico ce lo ritroviamo alle porte ed è preparato come, o forse più, di noi.
Per sopperire a tale mancanza molti Stati stanno ora correndo al riarmo, aumentando la spesa militare, quando mi sembra chiaro che l’urgenza sia da ricercare in una politica estera e della difesa europea comuni.
Abbiamo più volte parlato di come ci troviamo ormai in un precario equilibrio, dato non solo dalla guerra in atto, ma dalla terribile prospettiva di un effetto domino che questa potrebbe innescare, riaccendendo i nazionalismi sopiti di tante regioni dell’Est, tenute insieme e soggiogate per anni da un regime che, una volta spazzato via, ha lasciato il campo libero a rivendicazioni che potrebbero portare nuove instabilità.
Non è quindi forse un diritto imprescindibile quello della difesa?
Continuare a porsi domande, allenarsi al ragionamento, studiare gli scenari del nostro mondo credo sia il migliore strumento nelle nostre mani per fare qualcosa di concreto e non limitarsi ad osservare in disparte una storia che si sta compiendo.

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