UNO SGUARDO ALLA VIOLENZA COME ESPRESSIONE DI UN DISAGIO SOCIALE - Luigi Pinto

UNO SGUARDO ALLA VIOLENZA COME ESPRESSIONE DI UN DISAGIO SOCIALE

28 Gen 2022 - Articoli

UNO SGUARDO ALLA VIOLENZA COME ESPRESSIONE DI UN DISAGIO SOCIALE

Sono molti gli episodi della cronaca legati alla violenza e al vandalismo da parte di stranieri. Titoli come “Perquisiti 18 giovani immigrati”, “Lite tra stranieri e atti vandalici nella notte” sono quanto più all’ordine del giorno.

Mi ritrovo spesso a riflettere su questa violenza, su quanto e come mai essa sia tracimata fino a questo punto nel nostro quotidiano.
Eppure, per quanto spiacevole dirlo, la violenza ha tante, troppe forme (violenza sulle donne, violenza verbale, violenza fisica, vandalismo, bullismo…) e ognuna di esse ha una sua matrice, ogni volta diversa, ogni volta con cause a sé stanti.
Non è mia incombenza né tantomeno nelle mie competenze analizzare ciascuna di esse, ma credo che un breve accenno a quella che spesso viene associata all’etnia e alla cultura di origine sia meritevole di un approfondimento in queste pagine.
Ritengo sia anzitutto opportuno, per quanto forse scontato, aprire una brevissima parentesi e sottolineare quanto spesso succeda, per distrazione, piaggeria o lusinga di click, che un tipo di violenza che nulla ha a che fare con la razza venga invece associata alle origini del malvivente.
Esistono, per l’appunto, casi in cui reato ed etnia non sono necessariamente connessi. Episodi esemplificativi di ciò che affermo sono quelli che coinvolgono ragazzi giovani, spesso poco più che adolescenti. Leggendo del “branco” che importuna una ragazza o che provoca una rissa in discoteca, il mio giudizio mi porta a pensare che quegli atti siano, più che una questione culturale, un fatto di “generazione”. Questi ragazzi, che siano marocchini, milanesi, algerini o inglesi, sono un prodotto della società attuale, colpevole a parer mio di averli portati all’esasperazione della ricerca degli stimoli. Laddove la normalità non basta più per ottenere la gratificazione, subentra la ricerca dell’adrenalina, del limite, dell’estremo per ottenere appagamento. Non vedo dunque la causa di questa violenza nella cultura di origine o nell’educazione religiosa, quanto più in un disagio che è strettamente connesso con i giorni nostri, con una società sempre più veloce e fittizia, dominata da social, internet e prodotti pronti al consumo che rispondono a bisogni veri con soddisfazioni irreali.
Ben consci ora di questa distinzione, prendiamo in esame quella che invece è una bolla violenta che effettivamente esiste e scoppia all’interno di una certa comunità. Questa rabbia, questa aggressività, che porta poi a compiere atti criminosi, è dovuta a mio parere a un altro tipo di disagio sociale, nuovo eppure già ben radicato: non percepire appartenenza alla società in cui si vive anche perché, al tempo stesso, non si viene riconosciuti da essa.
Gli autori di queste azioni sono quei ragazzi, che mi permetto di definire, di “seconda generazione”.
Spesso figli di immigrati, sono persone residenti in questo paese, se non addirittura nate su suolo europeo, da sufficiente tempo per essere largamente influenzate dalla cultura occidentale.
Accade però che l’etichetta che si portano appresso di “immigrato”, di “straniero”, non si riesca a strappare con tanta facilità. Questi soggetti spesso altro non sono che individui che si ritrovano a fare i conti con una famiglia di origine a sua volta non integrata nel tessuto sociale, con valori, usi, abitudini proprie e diverse da quelle del paese ospitante. Di contro, l’ambiente circonstante, quello in cui sono cresciuti (la scuola, le frequentazioni, le amicizie) li forma e li educa con un modello diverso da quello dei genitori.
Non è difficile immaginare come questa dicotomia interiore possa diventare una miccia pronta a esplodere, alimentata da un’esigenza di soddisfare le aspettative della famiglia di origine e, dalla parte opposta, da un mondo che è spesso colpevole di vedere in loro solo “figli di immigrati” e quindi non totalmente degni di un’appartenenza sociale.
Questa, ritengo, è un tipo di violenza che è espressione di un disagio; un risvolto forse inaspettato – ma certo da affrontare – del nostro nuovo mondo globalizzato e multiculturale.

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